Riattivare il
Tevere attraverso idee mirate allo svago e al divertimento, di Pietro Fiori.
In una delle tesi di laurea che più mi hanno
incuriosito al seguito dell’interessante iniziativa “Tevere Cavo”, proposta lo scorso 9 maggio dal team del prof. Antonino
Saggio, ho trovato tra le tante considerazioni dei laureandi una citazione di Alain De Botton mirata a condire l’esposizione
di alcuni progetti referenti. La citazione riportava:
“Una brutta stanza può condensare i sospetti
che nutriamo sull’inconsapevolezza della vita, mentre una stanza illuminata dal
sole e piastrellata con mattonelle lucide color miele può rafforzare la
speranza che ci portiamo dentro. La fede nell’importanza dell’architettura si
fonda sull’idea che tutti noi, nel bene e nel male siamo persone diverse in
luoghi diversi e sulla convinzione che sia il solo compito dell’architettura a
darci un’immagine vivida di ciò che idealmente potremmo essere”. Ci vedo in
questo una relazione all’intero sistema “Tevere
Cavo”. Laddove si sia creato un immaginario collettivo che faccia dei
luoghi pubblici spazi di inattività, è l’architettura che ha l’onere di fondare
una nuova idea collettiva di quest’ultimi, indicando alle utenze “come”
viverli, facendo riscoprire loro quegli spazi e creando nuovi dinamismi. Tuttavia
nei progetti esposti al convegno si intravede un’intenzione fine ad una nuova vita
urbana e fluviale, pregna di attività 3.0, spesso di carattere sociale, che
sfruttando le qualità naturali del Tevere cercano di riavvicinarlo alla realtà
cittadina facendo di esso un valore aggiunto. Direi che la questione intrinseca all’intero
programma è il rapporto che la città di Roma ha avuto e vorrà avere con il
proprio fiume: Qual è il suo rapporto attuale? E la sua storia? Perché fin
dall’ edificazione di quei famosi “muraglioni” si è sempre cercato un distacco
funzionale tra la vita cittadina ed il suo coattivo utilizzo? Questo
per dire che il Tevere a Roma, non deve per forza trasformarsi in un grande
parco divertimenti per turisti (in quel caso non sarebbe più nulla di altro) ma
è forse attraverso questo tipo di attrazioni che si può avvicinare l’individuo,
cambiando il rapporto che quest’ultimo ha con il suo fiume. Su questo mi ha
fatto riflettere un componente del gruppo organizzativo quando ha detto che nelle
città europee sviluppatesi durante l’epoca moderna con attività in aree
fluviali, non sono state le istituzioni a fare il tutto, ma il sensibile
intervento dei privati che attraverso iniziative imprenditoriali puntuali ed
autonome, hanno permesso la rinascita della vita al ridosso del fiume e la
crescita dell’appartenenza nei suoi confronti.
Tuttavia voglio considerare tra i tanti, la
proposta di Michela Falcone “Water Playground: piscine
galleggianti all’interno del sistema Tevere Cavo” perché questa, insieme a poche altre interviene proprio
con l’obbiettivo di riavvicinare i cittadini attraverso attività puntuali che
permettono all’utente di passare il proprio tempo libero all’insegna del relax
o dell’informazione. La tesi viene presentata da ricerche storiche e
sociologiche, che vanno da una App che segnala la “felicità collettiva delle
città”, a proposte architettoniche come istallazioni pensate per abbinare allo
svago, l’utile soddisfacimento di esigenze come monitorare, depurare o imparare
dal fiume.

L’acqua, oltre ad essere parte componente
della nostra vita, è anche un limite per lo svolgimento delle attività umane,
tanto che entrandoci in contatto siamo consapevoli che essa implica
l’attivazione di una serie di vincoli motori che non ci appartengono sulla
terra ferma; questo dal punto di vista sociologico può comportare la nascita di
nuove modalità relazionali tra gli individui. È ormai
dimostrato da statistiche di carattere internazionale, che le città con il più
basso tasso di stress nelle persone, sono quelle che hanno meno sofferenza urbana, quindi un
rapporto equilibrato con l’acqua, in ogni sua manifestazione. Un lago o una
piscina, seppur con notevoli diversità fisiche e morfologiche, per l’uomo
contemporaneo può rappresenta uno spazio dove la relazione e lo svago sono
attività avvenute in modo spontanee.

Tuttavia la tesista interviene
successivamente con un accurato progetto architettonico: Un centro
polifunzionale galleggiante in prossimità delle sponde, all’altezza del quartiere
Flaminio. Il progetto si presenta morfologicamente come una composizione di
bolle in vetro e acciaio disposte in modo quasi casuale, unite da un elemento “mesh”
che al livello dell’acqua ospita dei playground con passeggiate coperte, mentre
in quota vi è la simulazione orografica di un terreno, che ha il ruolo di un
vero e proprio parco urbano attrezzato.

Nelle bolle albergano delle piscine sportive,
un’area termale, un acquario ed altre iniziative inerenti. Un input interessante
di questo progetto, è sicuramente quello di depurare le acque del Tevere
facendone un utilizzo per le attività in questione. Negli ultimi anni,
problematiche mondiali come l’inquinamento delle metropoli, hanno dato vita a
riflessioni legate all’ “abitare le acque”: Sono nati progetti arditi pensati
da studi di fama mondiale come intere città sull’acqua, piattaforme
polifunzionali finanziate da enti pubblici e privati o istallazioni artistiche.

Basterebbe citare l’opera “floating piers” dell’artista Bulgaro Christo, che da anni riflette sulla Land art e cerca soluzioni diverse per
creare “spazi di aggregazione” provvisori sulle acque di tutto il mondo. I suoi
lavori sono un vero e proprio ponte culturale tra la società, l’arte ed il
paesaggio. L’opera fatta nel 2016 sul lago Iseo ad esempio, ha avuto un
notevole impatto mediatico. *Nella prima settimana più di 1 milione e 300 mila persone l’hanno visitata,
mentre a maggio del 2017, a più di un anno dalla sua istallazione, il Lago di Iseo
ha aumentato la navigazione del +30% e gli arrivi turistici del 38%, dando vita
a nuove attività in ogni campo. Intervenire ai giorni nostri in un’area,
tramite istallazioni artistiche, ludiche o all’insegna dello svago, significa
creare infrastruttura commerciale, aumentare il valore di un luogo e
pianificarne passivamente il suo sviluppo.
“A.R.T.E.”, “Eco-connection”, o “P.E.R.
Flaminio” sono interventi messi al posto giusto, mirati ad essere i cavalli di
troia di una nuova modalità di vivere i “luoghi acquatici” della capitale. Lo
scorso anno mi occupai di un’intervista rivolta a dei ragazzi che proprio in
prossimità del Tevere, avevano fatto di un’area di pertinenza ricavata tra i
pilastri del recente Ponte della Musica,
un luogo di aggregazione, un parco Underground per attività. (https://pietrofiori.wordpress.com/2017/05/03/il-cliente-i-ragazzi-del-parco-urbano-autonomo-a-p-zza-gentile-da-fabriano/) Mi ritrovai ad intervistare ragazzi della mia età
che si sentivano ancor più dei cittadini abitanti di quel luogo, dove condividendo
le stesse passioni, si ricavarono uno spazio inutilizzato sulle rive del fiume,
facendone a proprie spese un’ area comune. Questo dimostra quanto proposte come
quelle viste al convegno siano apprezzabili
dalle comunità di quartiere; con la differenza che, se questi luoghi
continueranno a nascere da iniziative non controllate come, essi non potranno
mai essere parte attiva della vita cittadina.
Pertanto Tevere
cavo, come il lavoro dell’artista Christo, dovrebbero essere motivo di stimolo
e riflessione per le istituzioni che hanno la responsabilità del fiume romano,
così che il Tevere non sia più solo un ostacolo visivo e funzionale da mettere
nel romantico immaginario di una cartolina turistica.
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